venerdì 27 marzo 2015

Confronti epocali

Il film Rocky Balboa probabilmente non rimarrà nella storia del cinema, ma all'inizio della trama c'è un'idea divertente: viene proposta in TV una simulazione al computer con una sfida virtuale fra il campione mondiale dei pesi massimi in carica e Rocky, ormai vecchio e ritiratosi a vita privata. Non vi svelo il resto della trama perchè è pieno di sorprese.... AHAHAHAHA!!
Il confronto di atleti di epoche diverse è indubbiamente molto affascinante, soprattutto perchè qualunque opinione si esprima si esce vincitori nella discussione... nessuno può dimostrare davvero di avere ragione!
Il gioco è divertente e si presta anche ad interessanti esercizi di matematica come questo di Filippo Radicchi, in cui si cerca di stabilire chi sia il più grande tennista di tutti i tempi (secondo questo studio si tratterebbe di Jimmy Connors, che in una mia personale ipotetica classifica all time non salirebbe nemmeno sul podio...).
Chi è più grande? Owens o Lewis? Meazza o Maradona? Spitz o Phelps? Nurmi o Bekele? Lever o Federer? Chamberlain o Jordan? Coppi o Pantani? Navratilova o Serena? Fosbury o Sotomayor?
E' chiaro che negli sport in cui le prestazioni sono misurate o cronometrate un confronto è teoricamente più semplice, ma anche i numeri, in questo caso, non dicono tutto. Pensate solo alle enormi differenze nelle piste di atletica, negli attrezzi, nelle tecniche di allenamento, nell'alimentazione, nella medicina, nelle condizioni di vita in generale. Tutti elementi che rendono improponibile un confronto "scientifico".
Anche la storia dello sport, come qualunque storia, non può essere fatta con i "se" e con i "ma".
Io penso semplicemente che un atleta che abbia stravinto per anni nell'epoca in cui ha vissuto e gareggiato è un Grande. Punto.
Cosa sarebbe successo se fosse nato 50 anni prima o dopo nessuno può dirlo e francamente mi interessa poco.

martedì 17 marzo 2015

Buona la prima

Ieri sono stato fortunato.
Certo, si dice che la fortuna aiuti gli audaci ed in effetti ieri, anche solo per partecipare al duathlon sprint di Formello, prima tappa della Forhans Cup 2015, occorreva una certa dose di coraggio, forse anche al limite dell'incoscienza per chi (come me) fa sport "per gioco" e non "per lavoro".
Siamo a metà marzo, ma sembra di essere in pieno inverno: pioggia e vento freddo... clima non certo ideale per salire su una bici da corsa e pedalare "a palla" nei saliscendi delle strade di campagna a nord di Roma... Così esco di casa senza dare troppi dettagli alla famiglia sulla gara che vado a fare: "Ci vediamo dopo pranzo. Ciao".
Nella testa ho un mantra "sii prudente".
La location di Formello è stupenda per una gara di duathlon in condizioni primaverili. Davvero un peccato che non ci sia il sole... "vabbè" penso "mi tiro la prima frazione di corsa, poi passeggio in bici e finisco al massimo". Piano semplice.
Tutti dietro la linea di partenza e minuto di silenzio... Ciao Linda.
Si parte.
Siamo abbastanza pochi, un centinaio, non ci sono fenomeni da 3'/km e sono subito tra i primi. Dopo qualche centinaio di metri mi assesto al quarto posto, con i primi tre a distanza di pochi metri. Mi sento bene, sensazione di corsa composta, penso "vai così".
Dopo circa 4,5 km arriva la zona cambio, sono sempre quarto, il terzo ed il secondo sono vicinissimi, solo il primo ha un po' allungato nell'ultimo km di corsa.
T1, via con la bici.
Piove, c'è vento e la strada è sporca e bagnata..."sii prudente".
Dopo un po' di saliscendi inizia un bel discesone..."sii prudente"... freno, contengo la velocità e sono concentratissimo... qualcuno mi sorpassa, era previsto, resisto alla tentazione di seguirne alcuni..."sii prudente" penso "o sono ciclisti veri o sono incoscienti o entrambe le cose", comunque io non appartengo a nessuna delle tre categorie. Arriva un po' di salita e posso spingere... è meno pericoloso che in discesa, ri-sorpasso qualcuno. Giro di boa, si torna indietro. Sono praticamente solo, massima attenzione..."sii prudente". Arriva il discesone, ma ora in salita, senza la paura di cadere, la strada mi sembra più corta. Potenza della mente.
Vedo la zona cambio e penso "il risultato fondamentale è ormai raggiunto, sarò a casa sano e salvo, ora devo solo divertirmi a correre forte".
T2, scarpette e via.
Sto bene, ne acchiappo subito uno, lo supero e ne punto un altro. Lo raggiungo e lo supero. Ne vedo un altro ancora.... qualche centinaio di metri e supero anche lui. Sono solo 2 km abbondanti ed il traguardo è ormai vicino, ne avrei ancora, ma non vedo più avversari. Dopo una curva ne compare uno... lo punto. Spingo, la sagoma davanti si avvicina velocemente, ma anche il traguardo è vicinissimo. Niente da fare... Taglio il traguardo. Avrei avuto bisogno di ancora qualche centinaio di metri di corsa per guadagnare un'altra posizione.
Sono nono assoluto, secondo di categoria M1.
Alla vigilia avrei firmato per un risultato così, ma rimango un ingordo agonista... dopo ogni gara guardo sempre quelli che mi sono arrivati davanti (tanti o pochi che siano) e penso alla gara successiva per lasciarmene qualcuno di loro dietro.
Questa volta comunque mi è andata molto bene, eravamo in pochi ed i migliori non c'erano. So che mi sono spinto in zone di classifica che non mi appartengono nel circuito Forhans Cup, ma nello sport gli assenti hanno sempre torto ed io, invece, c'ero.



mercoledì 11 marzo 2015

Alla ricerca del picco (di forma)

Chiunque si alleni per migliorarsi in uno sport, sa quanto sia difficile farlo in modo da centrare i propri obiettivi.
Programmare (e svolgere) razionalmente gli allenamenti per raggiungere un picco di forma esattamente nel giorno della gara fissata come target è impresa davvero ardua. Le variabili in gioco sono tante, alcune governabili, altre meno... ci vuole anche un po' di culo, ma lo studio e l'esperienza aiutano.
Sul piano teorico, il miglioramento conseguente all'allenamento viene tradizionalmente rappresentato attraverso al cosiddetta "curva di supercompensazione". Navigando un po' su internet troverete tantissimo materiale sull'argomento.
Semplificando al massimo, il principio è questo:
1. mi alleno
2. provoco uno stress che inizialmente peggiora la mia performance
3. mi riposo, recupero ed il mio corpo si adatta allo stress migliorando
4. sono migliorato e posso allenarmi di nuovo
Ripeto in sequenza lo schema ed il gioco è fatto!
Peccato che tutte le rappresentazioni tipo quella riportata sopra siano sempre un po' approssimative...
Per esempio non hanno mai delle chiare unità di misura su nessuno dei due assi cartesiani.
Sull'asse delle ascisse c'è il tempo (giorni), ma dopo quanto tempo raggiungo il primo livello di miglioramento e posso nuovamente allenarmi? Non è chiaro..
Sull'asse delle ordinate poi si parla genericamente di miglioramento... si, ma in termini di cosa? Diciamo che per un runner potrebbe essere la velocità in gara, ma sappiamo che nessuno può misurare la propria velocità in gara dopo ogni allenamento, ci si dovrebbe allenare facendo solo gare...
In realtà la performance complessiva potrebbe essere vista come il risultato del miglioramento di tanti parametri (es. V02Max, SAN, SAE, ecc.), per ognuno dei quali ci sarebbe una curva propria...
Poi ci sarebbe almeno un'altra domanda fondamentale, al fine della ricerca del "picco di forma": il processo per quante volte può essere reiterato? Certo non all'infinito...
In questo caso la teoria rappresenta in modo probabilmente corretto, ma assai semplificato la realtà ed è davvero difficile applicarla a fini pratici nell'allenamento.
Insomma... un bel casino!
Noi triatleti poi, questo casino lo dobbiamo moltiplicare per tre!
Rimanendo sul tema e parlando di corsa, personalmente spero di non aver "sprecato" un picco di forma nel mio allenamento di ieri. Dopo un riscaldamento di 15km in bici la sensazione di leggerezza delle gambe correndo il 5x1000 era quella dei giorni migliori... e se fosse stato il giorno del mio irripetibile top?